di Attilio e Santa Esterina Collodi
277° Reggimento - Cappellano Militare
nato a Altopascio – Lucca, diocesi di Pescia il 8.3.1916
Disperso il 31.1.1943 in località non nota
Se ci resto, pazienza … non avrò, come voi, una vita normale !
Su Don Attilio Palandri o meglio Nellino, come lo chiamavano con affetto i soldati del suo Reggimento, si sono trovate numerose testimonianze. Grazie all’Ordinariato Militare Italiano (che ringrazio per la collaborazione), ottenuto lo Stato di Servizio si è compreso che Don Nellino o Nellido era nato a Spianate frazione di Altopascio in provincia di Lucca l’8 marzo 1916, già orfano del padre caduto nella Grande Guerra, ed apparteneva alla Diocesi di Pescia (PT) ove fu consacrato sacerdote il 23 febbraio 1941. Dopo la nomina a Tenente Cappellano Militare era giunto al 277° Reggimento della Vicenza il 22 maggio 1942 a Cervignano (UD) per essere poi trasferito a Brescia, sede del Comando di Divisione e partire successivamente dalla città lombarda per il Fronte Russo nel mese di settembre, il tutto a poco più di un anno dalla sua consacrazione.
Molto emotiva l’introduzione e la riflessione di Gianfranco Vignati ma senz’altro la documentazione più esaustiva ci è pervenuta grazie al cultore di storia toscana Marco Paolini che in una sua pubblicazione locale in brossura intitolata “SOLDATI ITALIANI - MANDATI NEL PAESE DEI GIRASOLI” ha raccolto dei bellissimi ricordi su don Nellino tra i quali lo scritto di Monsignor Franco Biagini che lo aveva conosciuto ancora da seminarista. Poi alcune pagine del diario e lo struggente messaggio della madre Esterina Collodi nel quale supplicava il figlio a fornire notizie quando ormai don Nellido era già scomparso nella ritirata di Russia, disperso il 31 gennaio 1943 in località non nota come annotato nella sua scheda personale UNIRR.
Molti anni dopo la guerra, venne rintracciato l’attendente di Don Palandri e raccontò che durante la ritirata il giovane Cappellano si era accasciato nella neve, “si era seduto sfinito sulla neve e non ce la faceva piu !” Sicuramente erano incolonnati con il Comando di Reggimento che assieme ai resti del II Battaglione avrebbe poi varcato a Nikolajewka e la salvezza, ma Don Nellido si era fermato prima, nelle frenetiche marce successive il 20, forse il 23 gennaio a Sheliakjno e non erano nemmeno trascorsi due anni da quando era stato consacrato Sacerdote !
Nel 1961 a Don Nellido venne conferita la Croce al Merito di Guerra … alla memoria!
Il 12 ottobre 2017 il Comune di Altopascio (LU), nella frazione di Spianate dove era stato Parroco nel 1941, ha voluto dedicare a Don Attilio Palandri il nuovo Parco giochi civico per permettere così ai bambini di correre e divertirsi, colorando lo spazio verde che sorge davanti all'asilo nido comunale PRIMO VOLO, con tanti giochi, completamente nuovi, per arricchire quello che è un luogo d'incontro e di socializzazione per tutta la frazione. Sicuramente è il modo migliore per ricordare il giovane Sacerdote, che “brioso con i ragazzi, con la sua piccola figura, scattante come una catapulta, amava avviare e movimentare le adunanze, i giuochi e le iniziative”.
Mauro Depetroni
Scriveva Gianfranco Vignati:
Per quanto riguarda in particolare Don Palandri penso si sia soffermato, durante la ritirata del gennaio 1943, in qualche isba per assistere i soldati feriti o congelati, e nell’isba sia rimasto anche quando gli altri soldati hanno proseguito “la lunga marcia”. All’arrivo dei partigiani quasi sicuramente Don Palandri è stato riconosciuto come sacerdote e, come facevano anche i soldati regolari dell’esercito sovietico durante la marcia del “davai”, subito fucilato.
Di questa possibilità ne ho parlato anche con Mons. Franzoni, M.O.V.M., che certamente molti ricordano e che ho avuto il piacere di avere come amico e come compagno di viaggio nel 2001 quando, con un gruppo di reduci e di famigliari, abbiamo visitato alcuni cimiteri che raccolgono le spoglie dei soldati italiani deceduti in prigionia.
Notizie di Don Nellido Palandri sono state fornite da Marco Paolini nella pubblicazione locale in brossura intitolata SOLDATI ITALIANI - mandati nel paese dei girasoli, di cui l’autore ci ha autorizzato la riproduzione dei seguenti testi:
Attilio Nellido Palandri , nasce in loc. “Spianate” da Attilio, il 8 marzo 1916, conosciuto come Don Nellino, fu consacrato sacerdote a Pescia, da Mons. Simonetti il 23 febbraio 1941
Nel suo entusiasmo giovanile si arruolò nelle forze armate e fu inviato, come cappellano militare, col grado di tenente nel 277° Rgt. Fanteria div. Vicenza al seguito delle truppe in Russia.
Morì sconosciuto in una di quelle terribili ritirate militari che la storia ricorda, non sappiamo né il giorno né il luogo della sua morte; si presume disperso da 31 gennaio 1943.
La vecchia madre l’attese sempre con rinnovata quotidiana speranza, fino alla sua morte avvenuta a “Spianate”.
Riportiamo, qui di seguito, le notizie tramandateci da chi l’ha conosciuto personalmente ed a queste noi possiamo attenerci.
Marco Paolini
50° di don Palandri testimonianza di Don Franco Biagini (Monsignore nel 1976)
Tornano in questi nostri tormentati tempi dalla Russia, oltre che alcuni resti dei nostri soldati, immagini, ricordi e, in qualche maniera, anche spettri e incubi di una vicenda che ebbe risvolti tragici e dolorosi.
Ci sia permesso di pubblicare, in memoria del Tenente Cappellano Nellido Palandri, disperso in Russia nella terribile ritirata e del quale nessuno ha mai avuto qualche notizia, questo ricordo del nostro “ Omicron “ che, crediamo, sarà gradito a quanti conobbero, apprezzarono quel simpatico prete.
Erano due in quegli anni trenta, l’età dell’oro del nostro Seminario, i Palandri venuti a farsi preti, Cisello e Attilio. E i nostri liceali usi a maneggiare latino e greco, oltre che con passione umanistica, con un certo schiribizzo umoristico - traducevano, per esempio, certi cognomi e soprannomi pesciatini come Cavallacci in Maliequii, Collino, Collicus, la Guardiaccia, Malacustos... e via parodiando - ne avevano subito individuato l’identikit etimologico: Palandri da palajos amer = uomini vecchi ... Cisello e Attilio.
E invece erano due adolescenti emersi dal profondo sud della diocesi con ancora addosso i segni cavernicoli, però molto diversi l’uno dall’altro; Cisello piuttosto smilzo e longilineo, Attilio piccolo e grassottello. E proprio quest’ultimo ce la fece a diventare prete mentre l’altro “ aufugit cum una muliere.”
E io lo ricordo benissimo Attilio: intelligente al disopra della media con punte genialoidi, volontà di acciaio, leggeva libri su libri e scriveva quanto Sant’Agostino, gentile e piacevole specialmente quando era in vena buona.
Venne ordinato prete nel febbraio 1941 e fu una bellissima festa che si volse in due tempi, prima a Spianate luogo di origine, poi a Pescia dove la sua buona mamma (Esterina Collodi) si era trasferita con il giovane Nellido già seminarista. Era, questa donna, vedova della guerra 15 - 18. Il marito, così raccontava a noi ragazzi Nellido facendoci spalancare tanto d’occhi per la romanzesca drammaticità della morte, era perito in mare proprio quando, sfinito e boccheggiante, stava per essere issato a bordo sulla nave soccorso.
Dopo l’ordinazione, Don Nellido rimase un po’ in attesa di sistemazione forse perchè su questa cosa né lui né il saggio Mons. Simonetti avevano idee parallele. E in quel momento interlocutorio, don Attilio svolse a Pescia un apprezzato lavoro pastorale tra i giovani e i militari di stanza nella nostra città. Scriveva anche su queste pagine che sono state, per quanti sentivano l’uzzolo della penna, il primo campo d’armi. Poi, come un colpo di fulmine, la notizia: Don Nellido era stato nominato Cappellano militare e assegnato all’ARMIR, il contingente italiano alla Russia.
Come avesse fatto a farsi accettare lui che non raggiungeva, come statura, neppure il fatidico minimo Re Vittorio Emanuele, come avesse scelto quella missione lui unico figlio di madre vedova di guerra e già avviato ad un buon lavoro in Diocesi, rimane mistero. Forse un colpo della sua un po’ strana testa, forse - e questa è la spiegazione più convincente - una di quelle decisioni generose e improvvise che hanno un certo retroterra e scattano sempre da una carica di bontà e da un profondo senso dell’ideale.
Mi par di averlo davanti, nel chiostro del Seminario, nell’ottobre grigio del 1942, un po’ marmittone, infagottato come era nella divisa militare, mi par di sentirlo parlare un po’ euforico, dei suoi primi contatti con i soldati, delle sue prime esperienze, delle sue speranze, soprattutto della sua certezza di trovare una realizzazione sacerdotale più completa e proficua in quel lavoro pastorale così ricco di incognite, di rischi, di avventure, mi par di risentire quella specie di ammirazione di invidia che provavo davanti al suo coraggio, al suo entusiasmo, quella voglia, quasi, di andargli dietro, ma poi io rimasi lì perchè sono sempre i migliori che vanno e che, magari muoiono ... e difatti partì sul finire del 1942 e fu quel terribile inverno e inferno russo, una delle centomila “gavette di ghiaccio”. Non se ne seppe e non se ne è saputo più nulla. È rimasto un disperso, uno scomparso - oggi si chiamano “desaparecidos” e, magari, ci si fa sopra, anche se giustamente, grande “battage” di pubblicità, di pietà, di collera, mentre per quei dispersi lassù ci si fece e ci si fa tutt’oggi, molto sbrigativamente, una più o meno “politica” ragione ... chi sa dove il suo grande cuore cessò di battere, dove il suo piccoletto corpo rimase affossato. Il babbo in mare, lui nella steppa, due sorti ugualmente tragiche che tanto pesarono sul cuore della povera mamma.
L’ho ricordato, il caro amico Nellido, in tono così volutamente semiserio non per una commemorazione ufficiale, non per chiederne la canonizzazione o l’intitolazione di una piazza e di una strada nella toponomastica locale. L’ho ricordato perché la sua immagine, quella faccia un po’ topesca con gli occhi intelligenti e furbi, quella sagoma piccola e un po’ tozza mi suscitarono un’onda di bei ricordi come, sicuramente la susciteranno in quanti l’hanno conosciuto. L’ho ricordato, perché al di là di ogni retorica, la sua vita e soprattutto la sua morte fanno storia quella piccola storia che a volte non ha niente da invidiare alla storia e che pur senza grandi parole e artificiosi imbonimenti, riesce a stupire e a commuovere.
Don Franco Biagini
Ricordo di don Attilio Palandri (D.G.V.)
(detto don Nellino dai suoi soldati in Russia)
Lo rivedo ancora, quando ci lasciammo che lui partiva per raggiungere la sua Divisione aggregata al corpo di spedizione in Russia. I filetti d’oro al cappello, alle maniche, le spalline, davano un risalto singolare alla sua figura minuscola.
Lo avevo benevolmente rimproverato per la sua decisione che mi era sembrata avventata, un po’ romantica, ecco: « hai una salute cagionevole, sei così mingherlino; il vento della steppa ti spazzerà via facilmente », mi aveva guardato sorridendo e mi aveva detto: «vanno i nostri soldati; ce ne sono anche tra loro, di tutte le stature e di tutti i calibri; perchè non dovremmo andare anche noi ? se ci resto pazienza !» e nei suoi occhi, attraverso gli occhiali, brillava una luce strana; l’avevano spesso, i suoi occhi, quella luce. Si prendeva noi, persone serie, sagge, per un lampo di stranezza. Ora mi accorgo quanto ero piccolo, io, di fronte a lui, quanto ero stolto, io, di fronte alla sua eroica follia; partì definitivamente.
Spiacque a noi, suoi compagni di sacerdozio, ai suoi amici borghesi, particolarmente giovani, tra i quali aveva cominciato a lavorare con entusiasmo e con successo, non vederlo circolare più instancabile, sempre con idee nuove, geniali; si era già affermato in diversi campi. Il popolo di Valdinievole lo aveva avuto, per diverso tempo, redattore; al Manzoni si era impiantato un ritrovo per militari di cui era animatore, predicava con successo.
Cuore generoso, mente eletta, preannunziava una giovinezza ardita ed operosa. Agiva un po’ a strappi, ma si buttava con tutta l’esuberanza del suo carattere senza conoscere calcoli, ostacoli, mezze misure. Brioso con i giovani; ricordo le serate al Caracalla, così si era battezzato il teatro Manzoni, e la sua piccola figura, scattante come una catapulta, ad avviare e movimentare le adunanze, i giuochi, le iniziative. È la sua pietà, il suo spirito di giovane sacerdote, ancora effervescente dei primi ardori, manteneva vigoroso il suo zelo, imprimeva slancio al suo apostolato.
Quando partì, quando cominciò a lavorare nel reggimento, ci arrivavano, attraverso le sue lettere, gli echi della sua attività ancora vibrante; i soldati lo amavano, gli ufficiali lo stimavano e non poteva essere diversamente date le sue non comuni doti di mente e di cuore.
Poi, di lui, silenzio, il terribile silenzio della immensa gelida bufera russa che aveva inghiottito, con lui, migliaia e migliaia dei nostri soldati.
Si sperò di sapere qualcosa; pregammo Dio, noi che gli volevamo bene, perché ci concedesse di farlo ritornare in mezzo a noi; ci illudemmo di rivedere ancora la sua piccola figura apparire di nuovo qua. Invece, niente; anche lui disperso, anche lui una vittima dell’immensa tragedia.
I suoi compagni di sacerdozio, partiti per il fronte dalla nostra diocesi, ad uno ad uno erano ritornati; erano ritornati parecchi dei suoi amici soldati, Don Palandri rimaneva lassù, sotto la terra gelata, « se ci resto, pazienza » aveva detto così, aveva offerto così, semplicemente, lievemente, il suo piccolo corpo, il suo grande cuore, a Dio e alla Patria.
Ricordo, in seminario, parlavamo spesso del nostro avvenire, si spaziava fanciullescamente, colle nostre fantasie, nel mondo dei sogni. «Io, lo sento», mi confessava a volte Don Palandri: «[…] non avrò, come voi, una vita normale […]». Sorridevo, perché lo reputavamo, tutti, un po’ strano.
È stato così; non ha avuto, lui, una vita normale; a poco più di venticinque anni, se ne è andato, inghiottito dal turbine; ma la sua vita e la sua morte sono passati in un bagliore vivissimo e lo vediamo sempre splendere su noi come un conforto e un esempio.
D.G.V.
“Solo la Religione Cattolica potrà rendere la Russia veramente e nuovamente civile”.
«[…] Su una troica trainata da un cavallino russo, che la fa scivolare velocemente sulla sconfinata steppa nevosa, giungo finalmente ad una isba, la prima di una lunga fila che sola costituisce il piccolo villaggio adagiato quasi timidamente sull’estremo pendio di una di quelle numerose rigonfie e prolungate colline russe, alle cui falde scorre spesso in mezzo ad una piana più o meno paludosa, un fiume.
Mancano ancora alcuni chilometri prima di arrivare alla meta e il freddo intenso, 32 gradi sotto zero, mi suggerisce una breve sosta. Entro e dopo aver assuefatto le mie narici al tipico odore delle isbe russe riscaldate, mi siedo. Vi sono tre donne e tre bambini. Una donna è intenta al lavoro intorno alla stufa, un’altra seduta sopra il rialzo al di là della stufa e chiamato comunemente “giocatoio” sta giocherellando con una piccola di nome Zigna, un’altra sta biascicando semi di girasole. Parla un po’ con loro che si dimostrano molto affabili.
Nella casa noto dei quadri appesi e coperti ai lati da drappi ben puliti e dipinti con un certo gusto artistico. Dono loro una piccola medaglietta che accettano con immensa gioia e palese gratitudine.
Parlo e domando notizie delle loro famiglie, vengo a conoscenza così di atti brutali compiuti in quella casa da funzionari sovietici.
Un giorno entrarono questi emissari staliniani e dopo aver messo a soqquadro tutto strapparono dalle pareti le immagini sacre che frantumarono, calpestarono e asportarono se contornate di oro e di argento. Poi visitano scrupolosamente i piccoli e quelli sui quali trovano immagini o medagliette sacre vengono malmenati davanti agli occhi dei genitori e portati via.
Mentre parlo osservo nella stanza vicino, appeso al muro che mi sta di fronte, un quadro assai buono riproducente l’effige della Madonna bizantina e mi viene narrata la storia di questa sacra “Icone”. Allo scoppio della Rivoluzione Russa venne rinchiusa in una cassa perché ricordo sacro di famiglia. Davanti a Lei erano stati posti i fiori che la sposa novella aveva portati in testa il giorno del suo matrimonio e davanti a Lei gli sposi novelli si inginocchiavano a domandare la benedizione dei parenti e degli avi al loro ritorno dal rito nuziale. Dinanzi a Lei passavano tutti i cari che lasciavano la terra prima di essere accompagnati all’estrema dimora e ai suoi piedi, ogni sera, si inginocchiava la famiglia per ricevere la benedizione divina prima di donare il meritato riposo alle stanche membra.
E questo per più generazioni.
Erano entrati i bolscevici, avevano strappato dai muri ogni immagine, ma quella non l’avevano trovata. La cercarono per ogni angolo, perché la sapevano esistere ed in grande venerazione in quella casa. Fu loro detto essere stata venduta, non lo cedettero e misero a soqquadro ogni più recondito ripostiglio, trovarono la cassa che fecero aprire e fu trovata l’immagine. Ma mentre un sovietico stava per frantumarla, un bambino presente gliela strappò di mano e la gettò nella stufa, e molto molto in dentro, prese una manciata di paglia e vi appese il fuoco. I russi sovietici applaudirono al gesto del piccolo e soddisfatti se ne andarono entusiasmati di trovare nei bambini degli ammiratori del bolscevismo.
Ma appena fuori gli sgherri leniniani e la paglia fu interamente bruciata si potè estrarre ancora illesa la bella immagine sacra gettata a bella posa molto in profondità nella stufa (1). Da quel giorno rimase rinchiusa nella cassa nascosta in un sotterraneo da dove fu nuovamente estratta circa tre o quattro mesi fa per vedersi deporre nuovamente ai suoi piedi i neonati che rallegrarono la famiglia e benedirli nel loro primo vagito alla vita.
Ormai il mio corpo si è sufficientemente riscaldato e dopo averli salutati lascio la casa, ma una donna mi si avvicina, mi domanda se sono cattolico e alla mia affermazione mi dice di pregare per lei, per la sua famiglia pure cattolica, per la Russia così mal ridotta dal bolscevismo e mi aggiunge mentre i suoi occhi rifulgono di vivida luce accesa dalla speranza: “solo la Religione Cattolica potrà rendere la Russia veramente e nuovamente civile”.
Ten. Capp. Palandri Nellido
(1). Le stufe, che servono poi anche da cucina, nelle isbe russe sono quasi tutte mt. 1.60 per 0,80, nel centro della casa, la cappa inizia circa 20 centimetri prima della fine del vano e con numerosi fornelli nei muri delle stanze che la circondano si eleva contorta fin sopra il tetto ricoperto di paglia lanciando fuori con potente tiraggio il fumo prodotto dalla legna che quasi continuamente vi si fa ardere […]».
La madre di Don Nellido l’attese sempre con rinnovata quotidiana speranza, fino alla sua morte avvenuta a “Spianate”. Di lei rimane ancora un messaggio scritto su un bigliettino nell’inverno 1943 e restituito al mittente:
«dal 6 di gennaio sono priva di tue notizie; scrivi subito: attendo ansiosamente. Io sto bene stai tranquillo. Ti invio affettuosi saluti»
Esterina Palandri nata Collodi
LA STORIA DEI CAPPELLANI MILITARI DELLA DIVISIONE VICENZA È DISPONIBILE NELLE MONOGRAFIE DEL NOSTRO SITO: